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martedì 18 maggio 2010

Emilio Notte. La vita, le opere

Articolo di Pierpaolo Faggiano sulla Gazzetta del Mezzogiorno sul libro di Riccardo Notte, "Emilio Notte. La vita, le opere", pubblicato da Manni Editore.
Clicca qui.

venerdì 4 settembre 2009

Oggi su G.d.M.

Ceglie dà onore ad Emilio Notte suo figlio illustre


Promosse tante iniziative e dal 7 settembre attivo anche il sito www.gam-emilionotte.it
quello di portare la collezione da lui donata nella sede del Castello

di PIERPAOLO FAGGIANO

Ceglie rende finalmente omaggio in maniera organica ad uno dei suoi padri nobili, il pittore Emilio Notte (nato nella cittadina messapica il 30 gennaio 1891 da genitori veneti e morto a Napoli il 7 luglio 1982) universalmente riconosciuto dalla critica come uno dei più importanti artisti del Novecento pittorico. Lo fa attraverso una serie di iniziative a breve e lunga scadenza che l’Ammini - strazione ha messo a punto per dare lustro ad un artista che ha sempre avuto Ceglie nel cuore e che necessitava di una puntuale catalogazione delle proprie opere. Benchè fosse andato via da Ceglie molto presto infatti, il maestro Notte ha sempre conservato un legame speciale con la sua città d’origine, un legame concretizzatosi con la donazione di 10 tele conservate presso la pinacoteca di palazzo «Allegretti» che porta il suo nome: «Cristo in croce», «La crocifissione», «Oggetti», «La popolana», «Piazza Mercatale di Prato», «L’allieva», «Zodiaco», «Scopatrice», «Natura morta con frutta», «Fraticelli». La prima di questa serie di iniziative (presentate alla stampa alla presenza di un ricco parterre di ospiti: l’ex assessore alla Cultura, Rino Conte, il prof. Gaetano Scatigna Minghetti, l’allieva di Notte
nonché presidente dell’associa - zione nazionale “E. Notte”, Wanda Valente, oltre al sindaco, Pietro Federico, e all’assessore alla Cultura, Patrizio Suma, ideatore dell'iniziativa, l’arch. Marina Carrozzo, responsabile del progetto di restauro del castello) è il lancio di un sito web dedicato al maestro (spesso indicato unicamente come pittore futurista, benchè la sua arte abbia abbracciato vari momenti della Pittura, dalla fase simbolista e post-impressionista a quella del realismo magico). Da lunedi 7 settembre, digitando “www.gam-emilionotte.it (il sito ò stato realizzato dal responsabile informatico Donato Rapito) è possibile accedere a numerose informazioni sulla vita di Notte. Il sito contiene foto d’archivio, testimonianze di artisti (tra cui quella della figlia, Adriana) e note critiche (tra le quali si segnala quella del prof. Scatigna Minghetti che ha analizzato “La Crocifissione”, ritenuta un capolavoro assoluto ed emblema dell’arte di Notte). Da qui a marzo 2010 si snoderanno altre iniziative con il coinvolgimento del mondo accademico: la pubblicazione di un lavoro inedito di Notte, curato dal figlio Riccardo (docente presso l'Accademia di Brera), redattore del bimestrale Mass media», la creazione di un catalogo carteceo e on line curato dal prof. Massimo Guastella dell’Università del Salento, la pubblicazione degli atti del convegno su Notte organizzato nel 2002 dall’allora sindaco Mario Annese a cura di Riccardo Notte. Sogno nel cassetto dell’Amministrazione è riportare a breve termine Pinacoteca e Biblioteca, attualmente allocate presso palazzo «Allegretti», nella sua sede storica, il Castello, inaugurata nel lontano 1977 alla presenza dello stesso Notte e del sindaco pro tempore Camillo Caliandro.

(fonte)

martedì 24 febbraio 2009

un saggio

Da Incroci - Semestrale di letteratura ed altre scritture (numero 14 luglio-dicembre 2006):

Emilio Notte, Firenze e il futurismo in Puglia, un saggio di Antonio Lucio Giannone.
Nei primi due decenni del Novecento, la particolare declinazione fiorentina del futurismo che si sviluppò intorno alle riviste «Lacerba» e «L’Italia futurista» costituì un punto di riferimento per alcuni scrittori e artisti pugliesi, quali Emilio Notte, Luigi Fallacara e Mario Carli, che vissero e si formarono nel capoluogo toscano, ma anche per il leccese Antonio Serrano e per alcuni collaboratori di «Humanitas», come Francesco Meriano e gli avanguardisti Giovanni Titta Rosa e Giuseppe Ravegnani. In particolare, il pittore Emilio Notte (Ceglie Messapica, 1891 – Napoli, 1981) collaborò a «L’Italia futurista», pubblicando un importante manifesto, un disegno e una tavola parolibera. I rapporti tra Firenze e alcuni rappresentanti del futurismo pugliese sono esaminati nel presente articolo da Antonio Lucio Giannone, ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Lecce. Tra le sue pubblicazioni: Scrittori del Reame. Ricognizioni meridionali tra Otto e Novecento, Lecce, Pensa, 1999; L’avventura futurista. Pugliesi all’avanguardia (1909-1943), Fasano, Schena, 2002; Le scritture del testo. Salentini e non, Lecce, Milella, 2004. Tra i volumi curati: V. Bodini, Barocco del Sud. Racconti e prose, Nardò, Besa, 2003; S. Paolo, I Fibbia, Carmiano, Calcangeli, 2005.

lunedì 13 ottobre 2008

futurismo in mostra

Menzogna storica o ripristino della verità? I fatti, innanzitutto. Mercoledì 15, presso il Centre Georges Pompidou di Parigi, si inaugurerà una grande mostra, Le futurisme à Paris. Une avant-garde explosive, che, nei prossimi mesi, approderà a Roma (alle Scuderie del Quirinale, dal 20 febbraio) e a Londra (alla Tate Modern, dal 12 giugno). Una rassegna che documenta, con puntualità filologica e con qualche audacia interpretativa, la stagione d' oro del movimento marinettiano. In particolare, ci si sofferma su un episodio cruciale: l' esposizione delle opere di Boccioni e dei suoi amici nella galleria parigina Bernheim-Jeune (nel febbraio del 1912). Partendo da qui, si indagano le ragioni sottese al dialogo - spesso conflittuale - intercorso tra il fronte futurista e quello cubista, per esaminare, soprattutto, echi e rifrazioni: le impronte lasciate dai quadri e dalle sculture degli artisti italiani sulle maggiori poetiche europee. Dietro questi fatti si nascondono intenti di ordine politico e culturale. Ci troviamo dinanzi a una ricostruzione dal forte valore simbolico, che rivela attriti, rivalità, scontri. Un' appropriazione indebita? O addirittura uno scippo? Insomma, perché Parigi ha deciso di celebrare per prima la nascita del più straordinario movimento d' avanguardia? La questione è delicata. Siamo di fronte a un omaggio che dimostra il desiderio della Francia di appropriarsi di una meravigliosa, mobile e plurale esperienza creativa, imprescindibile punto di riferimento per tutti gli sconfinamenti linguistici della seconda metà del secolo scorso: dall' informale alla pop art, dall' happening a fluxus, alla videoarte. Solo un imbroglio critico? No. La mostra del Centre Pompidou mette in scena menzogne, ma anche verità. In fondo, assistiamo a una sorta di ritorno a casa del futurismo, il cui battesimo avvenne proprio a Parigi, dove, sulla prima pagina de «Le Figaro» (del 20 febbraio 1909), apparve il manifesto di fondazione, firmato dal líder máximo Marinetti. Parigi è un po' il destino necessario, per tutti i protagonisti delle sperimentazioni della prima parte del XX secolo. È, come ha scritto Giovanni Macchia, la «Gerusalemme di un mondo laico, (...) enorme organismo in movimento, bello perché è vivo, animato nel suo divenire da una vita sotterranea». Marinetti e i suoi compagni di strada si recano in questa Babele della contemporaneità alla ricerca della consacrazione, innamorati di un Paese come la Francia, dotato - a differenza dell' Italia - di un' autentica tradizione della modernità. Parigi è la mèta. Ed è anche il luogo da cui muovere per avviare una campagna di colonizzazione dell' Occidente, con una strategia che oggi potremmo definire global. Questo allargamento geografico, tuttavia, è costantemente percorso da un intenso richiamo alle radici: ma la dimensione locale del gruppo non viene scandagliata dall'antologica del Pompidou. Perché, nel futurismo, sembra rivivere lo slancio impossibile del volo di Icaro: il suo sogno, la sua delusione. Da un lato, il bisogno di porsi in sintonia con il paesaggio internazionale delle arti; dall'altro lato, la necessità di ricollegarsi ai valori italiani. Essere senza frontiere, ma con moderazione. Coraggio e prudenza al tempo stesso. «Gran corteggiatore della follia, disdegnante le regole sintattiche, (...) il futurismo anelava pateticamente a qualcosa che tenesse a freno la propria vocazione catastrofica», ha ricordato Giorgio Manganelli. L'imponente mostra di Parigi, dunque, ha il merito di ripristinare la veridicità di alcuni eventi, ma non investiga adeguatamente su certi passaggi significativi. Sono stringenti ambiguità che si ritrovano pure sul piano metodologico. Il curatore, Didier Ottinger, ha posto al centro del racconto espositivo il viaggio oltralpe delle truppe degli avanguardisti italiani. Una forzatura tipicamente francese. Una scelta che sembra riproporre una visione - piuttosto datata - di tipo «boccionicentrico», tesa ad analizzare soprattutto le corrispondenze e le contrapposizioni tra i dinamismi futuristi e le scomposizioni cubiste. È un modo per attenuare l' originalità dirompente dell' avventura marinettiana. Ma è anche per ridimensionare l' importanza del secondo futurismo: una fase - dal 1916 al 1944 - talvolta segnata da esiti di maniera, eppure profetica nell' ambito di territori come il design, l' architettura e la moda. C' è anche altro, infine. Ottinger è ricorso a un artificio storiografico attraversato da evidenti obiettivi ideologici. Si cancella del tutto, infatti, la «parentesi istituzionale» del futurismo post-bellico, caratterizzata dal confronto - episodico e strumentale - con il Regime mussoliniano: è il momento in cui l' avanguardia si fa conservazione e le rotture si ricompongono dentro simmetrie rigide. Menzogna o verità, allora? Il dibattito è aperto. A un secolo di distanza, il futurismo - traccia di un' epoca di transito, costellazione di differenze, confluenza di dissonanze - fa ancora scandalo. L' avant-garde explosive divide, disorienta, alimenta polemiche. L' utopia di Marinetti continua a sedurre. Appassiona la sua assurda sfida agli astri. «Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo (...) la nostra sfida alle stelle», si legge in chiusura del manifesto del 1909. 1909-2009 Celebrazioni e studi Appuntamenti La mostra di Parigi (dal 15 ottobre al 26 gennaio, aperta tutti i giorni a eccezione del martedì, biglietto d' ingresso 12) inaugura le celebrazioni per la nascita del movimento marinettiano che, in Italia, sarà celebrato anche al Mart di Rovereto («Futurismo 100°: illuminazioni», dal 17 gennaio 2009), al Museo Correr di Venezia («Astrazioni», dal 5 giugno 2009) e a Palazzo Reale a Milano («Simultaneità», dal 15 ottobre 2009). In concomitanza con la mostra al Pompidou, Fabio Benzi pubblica una monografia, Futurismo (Federico Motta, pp. 384, 135): una visione complessiva del gruppo che non considera il Futurismo come un evento improvviso, ma come un itinerario segnato da intuizioni e cadute che si esaurisce con la morte del «padre padrone» Marinetti nel 1944. L' opera (nella foto) «Rissa in Galleria», olio su tela (particolare, 76x64 centimetri) realizzato nel 1910 da Umberto Boccioni. Il dipinto è conservato alla pinacoteca di Brera. (Trione Vincenzo)

Il 20 febbraio 1909, Filippo Tommaso Marinetti lancia, dalla prima pagina de «Le Figaro», il manifesto di fondazione del Futurismo. Un Manifesto dedicato «a tutti gli uomini vivi della terra»: é l'atto di nascita del Futurismo, primo movimento d'avanguardia del XX secolo, mobilitazione totale contro i valori politici, morali e culturali ereditati dal passato. «I più anziani fra noi hanno trent'anni. Quando avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo!». Filosofia del divenire, celebrazione della vita come evoluzione continua, il Futurismo nasce sotto il segno del militantismo. «Primitivi di una sensibilità completamente rinnovata», i futuristi proclamano ogni distinzione fra arte e vita; le loro ricerche si animano della volontà instancabile di reinventare, attraverso l'arte, tutte le forme del vivere sociale: dalla politica alla comunicazione, dal costume alla musica, dalla sessualità alla cucina. In occasione dell'approssimarsi del centenario del Manifesto del Futurismo e dell'esposizione «Le Futurisme à Paris : une avant-garde explosive», tra ottobre 2008 e febbraio 2009 l'Istituto Italiano di Cultura organizza un ciclo di conferenze dedicate a questo prolifico movimento d'avanguardia. Sarà l'occasione per riflettere criticamente sulla ricchezza di stimoli che, per contraddizioni intrinseche, forza di destrutturazione e vastità d'ambiti d'interesse, l'avanguardia futurista ha saputo lasciare alle generazioni successive.
Il programma: clicca per visionarlo.

domenica 5 ottobre 2008

Accademie d'arte: tra passatismo e presentismo

Qualche considerazione di Bruno Munari sulle scuole d’arte.
“Quando si parla di ricerche sulla comunicazione visiva, gli insegnanti d’arte di casa nostra ridono sotto i baffi (alcuni se li fanno crescere apposta, sembra). Loro infatti sanno tutto sull’arte, sanno come deve essere e come non deve essere, hanno sempre saputo tutto, con la massima sicurezza, sono così dalla nascita, non c’è niente da fare. E nelle loro lezioni continuano ad insegnare l’arte del passato, un passato più o meno remoto, cercando di stare bene attaccati ad una tradizione di comodo, di non aver grane, di perdere il meno tempo possibile.
Che cosa fanno e che cosa pensano gli studenti italiani delle scuole d’arte? Sono costretti a imparare l’affresco, ma appena ne escono fuori (o meglio mentre studiano) si accorgono che la realtà fuori dalla scuola ha un altro aspetto, che c’è qualcosa di vivo che si muove nel mondo dell’arte internazionale, qualcosa che a scuola non viene considerato, e allora buttano via l’affresco e si impegnano in ricerche sull’arte cinetica, sui nuovi mezzi di comunicazione visiva, imparano, insomma, da autodidatti, a vivere nel nostro tempo poiché la nostra scuola è troppo vecchia.
A che cosa serve una scuola se non a preparare individui capaci di affrontare il mondo del prossimo futuro secondo le tecniche più avanzate? Perché non si insegnano queste tecniche (dato che l’arte non si può insegnare) invece che quelle del passato? Il passato non torna mai, non esistono rievocazioni se non per giocarci sopra, vedi il caso del Liberty, quindi una educazione basata solo sul passato non serve a niente per un operatore visuale che debba operare nel prossimo futuro. Il passato può avere solo una funzione di informazione culturale e va tenuto legato al suo tempo altrimenti non si capisce più niente”.
Quando Munari denunciava un’accademia legata allo studio del passato faceva una denuncia pienamente futurista (non dimentichiamo che in realtà Munari nasce futurista).
Oggi la situazione è in parte cambiata. Resistono sacche di roccioso passatismo accademico, ma in molte accademie sono stati inseriti insegnamenti di arti multimediali, net-art, etc. La situazione potrebbe sembrare quindi radicalmente migliore. E invece noi denunciamo un’ulteriore pericolosa deriva.
Lo studio accademico delle nuove tecniche artistiche è condotto in modo da portare l’allievo a quel virtuosismo tecnologico e a quello sperimentalismo manierista che noi già denunciammo nel nostro Manifesto del Net.Futurismo come tipiche dell'attuale categoria del presentismo. Senza considerare la collusione con il sistema dell’arte contemporanea. Insomma, l’accademia, anche quando vuole fare del nuovo, si rivela sempre per quello che è: accademia. L’incredibile potenziale delle nuove tecnologie viene così impoverito, neutralizzato, reso totalmente innocuo da una visione conservatrice dell’arte.
Contro l’emergente presentismo e contro il persistente passatismo, il Net.Futurismo agita la bandiera dell’avanguardismo critico, radicale e ribelle.
Antonio Saccoccio

Riprendo qui l'articolo perché trattando d'insegnamento mi riporta alla memoria l'esperienza di Emilio Notte il quale dedicò gran parte della sua vita alla trasmissione del suo sapere artistico che aveva praticamente l'imprinting dell'intero secolo ventesimo; amo pensare che egli fosse per l'arte dell'oggi, e che pur non avendo trascurato gli insegnamenti del passato egli non se ne sia lasciato assorbire.

giovedì 25 settembre 2008

La popolana

Vedere un'opera d'arte dal vivo dà delle sensazioni straordinarie. Questa estate ho visto alcuni capolavori della storia dell'arte e devo confessare che mi risulta difficile trovare le parole adatte a descrivere le emozioni che ho provato. Ho cercato, ho trovato, ho scritto. Un altro contributo per il blog di Emilio Notte. ahiceglie



Emilio Notte: Fondamento Lineare Geometrico e "Popolana"(1919)

Geometria e analogia plastica si coniugano nel Manifesto Fu­turista “Fondamento Lineare Geometrico” firmato, nel 1917, da Emilio Notte e Lucio Venna.
“Dominando l'espressione degli oggetti, e comprendendoli, si crea un equivalente pittorico di forma. Possiamo far vivere un oggetto della nostra visione estetica solo comprendendolo e pe­netrandolo fino al punto da dominarlo e ridurlo a una sintesi geometrica nella quale le direzioni di una cima, gli angoli, le cur­ve, l'insieme infine di tali figure, abbia valore esatto»".
Entrambi formatisi nel clima del Futurismo fiorentino, svi­luppano l'eredità di Sironi e Soffici.
Legato come questi ad un'idea strutturale della superficie pit­torica, Notte é attratto, come dimostra la sua “Popolana” (1919), più dalla lezione di Cezanne e di Picasso, che dalla frantumazio­ne esplosiva delle forme futuriste.
Gli interessa costruire con colori terrosi: geometrie, volumi, masse. Restituisce la monumentalità delle forme al corpo umano, trasforma il personaggio effimero, in monumento, blocca il tem­po della visione, in quello della meditazione.
La sua “Popolana” assume le fattezze statuarie di una grande madre, diventa un idolo. Notte pone sul piedistallo i personaggi di quel mondo umile e paesano che non lo abbandonano neppu­re nei suoi anni futuristi, opponendosi ai contenuti del moderni­smo urbano.
A Boccioni é legato da un interesse introspettivo che lo spin­ge ad una ricerca di purezza formale, quale equivalente dello spi­rito racchiuso nella materia.

L'universo futurista: una mappa, dal quadro alla cravatta.
Di Anna D'Elia, Edizioni Dedalo, 1988.


“Popolana” (1919) è una delle opere donate nel 1976 da Emilio Notte alla sua città natale, Ceglie Messapica, ed è esposta nella galleria d'arte moderna che porta il suo nome.
L'immagine “Popolana” (1919) proviene dal blog: Le mie radici

domenica 10 agosto 2008

ritorno da vulcano

C'era una volta Emilio Notte. Napoli l'ha dimenticato, Lecce no. "Ritorno da Vulcano" olio su tela 70x100 cm 1965. In esposizione nella galleria MarcianoArte

Alcuni anni fa, a Ceglie Messapica, in Puglia, si tenne un convegno di studi su Emilio Notte inserito nel quadro del Futurismo italiano. Dagli atti di quel convegno, oggi sta per essere pubblicato, in collaborazione con l'Università di Lecce, un libro davvero scientifico, cui hanno partecipato insigni studiosi di questo Movimento che fu una gloria indiscussa del nostro Novecento.
Il grande volume comprende anche illuminanti saggi di Gino Agnese, presidente della Quadriennale di Roma, Enrico Crispolti, il più autorevole esperto del Futurismo in arte, del professor Antonio Giannone dell'Università di Lecce, nonché due lunghe interviste raccolte e trascritte da Michele Ciracì, in cui Emilio Notte racconta la sua vita, e scritti inediti del Maestro risalenti agli anni dal 1915 al 1920, tuttora conservati nell'archivio di Primo Conti, dove sono raccolti i più importanti documenti del Futurismo. Fin qui nulla di strano: Notte è uno dei grandi esponenti del Futurismo, e un tale riconoscimento gli è dovuto. Il dato interessante è che sia la Puglia a manifestare attenzione sulla sua opera. Perché Notte, a Ceglie Messapica, vi nacque soltanto, e a Lecce non c'è mai stato, né come artista né come semplice turista. Egli, infatti, svolse la sua attività di do cente e artista a Milano, Firenze, Venezia, Roma e infine a Napoli. Eppure è la Puglia che lo ricorda con orgoglio, consapevole del fatto che il suo nome è una gloria per l'intera regione. Rallegra il cuore che in qualche parte dell'Italia si coltivi la memoria di personaggi illustri. Dovremmo prenderne esempio anche noi napoletani, perché Emilio Notte, a Napoli, tenne la cattedra di Pittura all'Accademia di Belle Arti per oltre quarant'anni e per un decennio ne fu anche direttore. Ma non ce lo ricordiamo più. Eppure egli è la figura chiave nel panorama artistico della nostra città. Tralasciamo il fatto che a Venezia siano stati suoi allievi Mirko e Afro Basaldella, a Roma il grande Scipione, a Napoli egli ha avuto come allievi Mimmo Rotella, Lucio Del Pezzo, Guido Biasi, Mimmo Jodice, Armando de Stefano (che fu anche suo successore alla cattedra di Pittura), Mario Colucci, che fu suo assistente, tanto per citarne alcuni fra i più rappresentativi, nonché tutta la lunghissima schiera di artisti che ancora oggi operano con più o meno fortuna nella nostra città. Di tutti questi, Emilio Notte è stato il Maestro per antonomasia. Quando negli anni Trenta giunse a Napoli, aveva alle spalle una robusta cultura artistica europea che spaziava da Cezanne all'Espressionismo tedesco, dalla Secessione al Futurismo, oltre a una fitta rete di rapporti con gli esponenti più autorevoli della cultura italiana del Novecento, come Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, con Massimo Bontempelli del Realismo Magico, con Arturo Martini, con Margherita Sarfatti, che curò le sue mostre milanesi. Napoli, in quegli anni, viveva una stagione artistica a dir poco mediocre: di Picasso non si conosceva neppure il nome e dove, se si eccettua qualche isolato come Eugenio Viti, l'arte si trascinava sull'oleografismo più deteriore. Con un paziente e appassionato lavoro egli svecchiò e preparò il terreno a quella che sarebbe stata l'avanguardia degli anni Cinquanta e Sessanta, formando artisti che avrebbero dialogato con l'Europa, come il MAC napoletano, il Gruppo Sud, Il Gruppo 58, e la Pop Art. Non ci sono stati artisti napoletani che non siano usciti dalla scuola di Emilio Notte. Non fosse che per questo Napoli dovrebbe tributargli un doveroso riconoscimento con una mostra antologica completa e scientifica. È giusto accogliere nella nostra città artisti di fama mondiale, ma insieme a questi sarebbe nostro dovere ricordare anche le nostre glorie passate e, presenti. Soprattutto passate, altrimenti ci destiniamo al colonialismo culturale. Sono venti anni che Roma propone grandi mostre della Scuola Romana; Bologna fa altrettanto con i suoi artisti, per non parlare di Milano e di Torino. Ogni tanto bisognerebbe ricordare che Mnemosine (la Memoria), era la madre delle Muse (le arti). Ars longa, vita brevis, diceva Orazio, nel senso che l'arte oltrepassa la vita umana e la perpetua. E solo per questo, che gli artisti si dannano l'anima: per sopravvivere. Fatica inutile, per quelli napoletani, senza la Memoria.

Articolo del 30/04/2008 di Maria Roccasalva

sabato 9 agosto 2008

in occasione del ventennale della morte

on line

A vent'anni dalla morte ricordato il pittore Emilio Notte

Giovedì, 28 novembre 2002

Nel ventennale della scomparsa di Emilio Notte, oggi il sindaco di Ceglie Messapica, Mario Annese, ha scoperto sulla facciata della casa natale del pittore futurista una lapide commemorativa. Alle 10 nel teatro comunale di Ceglie si è tenuto un convegno «Emilio Notte. Un maestro del Novecento»: vi hanno preso parte Michele Ciracì, Carmelo Pasimeni, Gino Agnese, Lucio Giannone, Gloria Anichini Costa, Giuseppe Mazzarino, Enrico Crispolti. Nel pomeriggio è stata visitata la civica galleria Emilio Notte che raccoglie una importante donazione del maestro alla città di Ceglie, comprendente sue opere (tre, inestimabili, del periodo futurista) ed opere di suoi allievi.

"La Gazzetta del Mezzogiorno" ha ricordato l'appuntamento con un lungo articolo di Giuseppe Mazzarino pubblicato nella pagina della cultura. Lo riportiamo integralmente.

Emilio Notte il futurista senza velocità

di Giuseppe Mazzarino

Finalmente la terra di Puglia celebra e ricorda uno dei suoi figli, Emilio Notte, uno dei grandi maestri della pittura del XX secolo. L'occasione del centenario, nel 1991, era passata invano, ed a Ceglie Messapica languiva anche, accatastata in un deposito, la donazione che il maestro, prima di scomparire ultranovantenne, aveva voluto lasciare alla «sua» città. Sua molto fra virgolette, perché Notte, pugliese per caso (il padre, veneto, era a Ceglie come ufficiale del registro) ebbe in Toscana, tra Firenze e Prato, la sua formazione artistica ed esercitò poi per decenni a Napoli il suo magistero. Ma alla terra natìa era rimasto comunque sentimentalmente, visceralmente legato.
Il ventennale della scomparsa è diventato allora il pretesto per riparlare di Notte, rendergli onore, rendere fruibile la sua donazione. E il comune di Ceglie questa volta non si è fatto cogliere impreparato.

Emilio Notte, d'altronde, è un gigante ancora semi-sconosciuto nella storia del Novecento. Se non fosse stato per la tenacia e solerzia di un suo antico allievo all'Accademia di Belle arti di Napoli, il giornalista e critico Gino Agnese, attuale presidente della Quadriennale romana, per una campagna di stampa che vide nei Novanta il figlio del maestro, Riccardo, ed i quotidiani pugliesi in prima linea nel riproporre il grande misconosciuto, e soprattutto per la paziente opera di Enrico Crispolti, uno dei maggiori studiosi europei del Futurismo e delle Avanguardie, Emilio Notte sarebbe ancora una nota in margine agli studi sul Futurismo, e magari sarebbe un po' più conosciuto come «pittore napoletano», di buona mano ma tutt'altro che avanguardista. E invece...

Nato a Ceglie ma formatosi in Toscana, allievo di Fattori e De Carolis, Notte entra subito in contatto con gli ambienti lacerbiani, anche se non lega molto con Soffici, e nel 1916 lo troviamo, sia pure in posizione minoritaria e distinta, nel gruppo de L'Italia Futurista, la cosiddetta «Pattuglia azzurra» che surrogò a Firenze la defezione di Papini, Soffici e Palazzeschi dal Futurismo e diede vita al «secondo Futurismo fiorentino» (da non confondere col Secondo Futurismo tout court, che parte dagli Anni Venti).
Leggermente più anziano degli altri pittori del gruppo e dotato di una salda tecnica, il nostro, che ha già esposto alla Biennale di Venezia del 1912, è peraltro stimato un primattore: «Notte spiccava in mezzo a noi», ammetterà molti anni più tardi Primo Conti, al quale peccati di modestia non ne ha mai potuti imputare nessuno. Conti, Lucio Venna e Mario Nannini lo eleggono a loro maestro. Non altrettanto bene vanno le cose, per contro, con gli ideologi della pittura astratto-occultistica, i fratelli Ginanni Corradini, ovvero Bruno Corra e Arnaldo Ginna, come li ribattezzerà futuristicamente Giacomo Balla.
In particolare Notte non condivide la scelta per l'astrattismo che Ginna compie decisamente già negli albori degli anni Dieci e che si sostanzia, oltre che nelle prime opere astratte dell'arte europea, in contemporanea con quelle di Kandinskij ed in leggero anticipo su quelle di Balla, anche in due importanti saggi scritti in collaborazione col fratello Bruno. Notte non ci sta. Il suo futurismo, già esplicito fin dal '15 in una delle tante piazze che dipingerà, è piuttosto, nonostante la personale antipatia, di impronta sofficiana. Notte difendeva la figurazione, Ginna postulava la scomparsa dell'oggetto. Non solo. Come tutti i futuristi «toscani», lacerbiani o no, Notte non è particolarmente attratto dalla civiltà meccanica e metropolitana: anche nelle sue piazze è più facile trovare pazienti animali da tiro che automobili, tram o locomotive. Nel 1916 Notte realizza un'opera fondamentale, il ritratto di Arnaldo Ginna, che incorpora alla maniera futurista e cubista un frammento della testata de L'Italia Futurista; ma è un omaggio ambiguo al contestato compagno di strada, effigiato con uno sguardo inquietante e con una cadaverica mano femminile bianca posata sulla spalla, quasi significazione di possessione di forze occulte.
Il segno di Notte era comunque quello di un maestro, tanto che è accaduto che un suo quadro sia stato addirittura attribuito a Boccioni (e considerato un autoritratto boccioniano!), ed un altro è stato venduto per opera di Boccioni, con apposizione di firma falsa.

Nell'immediato dopoguerra, dopo aver cercato di creare una corrente di pittori futuristi anti-astrattisti, Notte prende decisamente le distanze dal Futurismo e da Marinetti; il suo ritorno all'ordine artistico non è però accompagnato da analoga posizione politica, anzi, il socialista Notte diventa addirittura comunista.
L'avventura futurista è finita, continua una lunga e preziosa militanza artistica e di maestro di artisti, interrotta solo dalla morte, a Napoli, nel 1982.

(La Gazzetta del Mezzogiorno)

venerdì 8 agosto 2008

Emilio Notte, difficoltà di rinnovare la pittura



Emilio Notte è forse l'esempio più rappresentativo della difficoltà che la pittura cosiddetta d'avanguardia ha trovato nell'ambiente artistico della Napoli del Novecento. Infatti Notte quando iniziò stabilmente la sua attività a Napoli, nel 1929, sebbene già godesse di una meritata buona notorietà nel mondo dell'arte moderna nazionale di quel periodo e sebbene da quel momento costituisse un punto di riferimento forte e preciso del rinnovamento artistico della città, tuttavia restò completamente isolato in un ambiente che si attardava in temi e forme di stampo ottocentesco, fino al punto che, come si racconta, per circa vent'anni non riuscì a vendere un quadro. Emilio Notte nacque a Ceglie Messapica, vicino Brindisi, nel 1891. L'artista scoprì la sua vocazione per la pittura giovanissimo, quando viveva a Sant'Angelo dei Lombardi, dove il padre era stato trasferito. Nel 1906 venne a Napoli, dove fu allievo dell'Accademia delle Belle Arti, allora diretta da Vincenzo Volpe. Poco dopo si trasferì in Toscana. A Firenze partecipò attivamente al movimento futurista, firmandone un manifesto nel 1917. La sua adesione a quel movimento era però un'adesione sentita intimamente sul piano culturale ed artistico e non l'adesione alle esternazioni chiassose, piazzaiole e snobistiche caratteristiche di quella corrente. Un suo dipinto del 1919, “La strada bianca”, fu il primo quadro futurista acquistato dal Re. Man mano che negli anni Venti il Futurismo andava attenuando l'impeto degli anni della Grande Guerra, e la pittura italiana andava rinunciando in parte alle sue istanze di avanguardismo, Emilio Notte rielaborava le sue linee espressive, un pò facendo tesoro delle tendenze che man mano si susseguivano (cubismo, espressionismo tedesco, ecc), ma anche mediando con qualche rilettura dell'impressionismo francese. In effetti il senso della sperimentazione accompagnò a lungo la produzione di Notte, che quindi dava la sensazione di attraversare diverse "incarnazioni" stilistiche. Dopo un soggiorno milanese, nel 1929 il pittore si stabilì definitivamente a Napoli, dove cominciò ad insegnare presso l'Accademia delle Belle Arti, attività che proseguì per 40 anni.
Come abbiamo già detto, inizialmente il suo discorso futurista o comunque di ricerca innovativa, lo isolò. Nel corso del primo ventennio che trascorse a Napoli, fino al 1948, nel suo periodo di maggiore fervore creativo e di ricerca, fece una sola mostra: i suoi quadri non piacevano, non vendeva. Sopravviveva solo grazie all'attività di insegnante e vendendo ogni tanto qualche quadro ad amici. Sebbene fosse quasi isolato rispetto agli altri artisti napoletani coevi, proseguì con tenacia la sua ricerca innovatrice sulla scìa delle correnti allora emergenti, costituendo un momento cruciale di rinnovamento dell'arte napoletana e un forte e preciso punto di riferimento per la nascente pittura moderna locale. Nel secondo dopoguerra, nel 1958, alcuni suoi allievi (Fergola, Persico, Di Bello, del Pezzo) saranno i fondatori del "Gruppo 58", dopo un quinquennio dall'apertura della sperimentazione dello stile informale. Emilio Notte nella sua lunga attività partecipò a tutte le più importanti esposizioni sia in Italia che all’estero e attualmente alcune sue opere si trovano nella Galleria d’Arte Moderna di Roma, di Firenze e di Bologna, nonché in Gallerie straniere. Il critico d'arte Piero Girace a metà Novecento così ce lo descrive: "rassomiglia a Giove Olimpio. Sembra uscito fresco fresco da una statua greca. A simiglianza di certi artisti di altri tempi, ha una barba folta e brizzolata che gli conferisce un'aria terribilmente austera". I suoi ultimi anni il pittore li trascorse al Vomero, in Via Jannelli. Morì nel 1982. L'immagine che accompagna questo articolo l'abbiamo tratta da un catalogo della casa d'Arte vomerese Vincent dell'aprile 2005 e riproduce un dipinto di Emilio Notte del 1967 intitolato "La famiglia del Circo".