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martedì 18 maggio 2010

Emilio Notte. La vita, le opere

Articolo di Pierpaolo Faggiano sulla Gazzetta del Mezzogiorno sul libro di Riccardo Notte, "Emilio Notte. La vita, le opere", pubblicato da Manni Editore.
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martedì 1 settembre 2009

Ossidiana a Ceglie


Venerdì 4 in Piazza Vecchia a Ceglie Messapica: alle ore 20:00 mostra di stampe futuriste; alle 20:30 la proiezione di "Ossidiana", il film sulla vita e sull'arte di Maria Palligiano, la donna che ha condiviso un pezzo di strada con Emilio Notte.

martedì 2 dicembre 2008

Maria Palliggiano

Il film "Ossidiana" di Silvana Maja è un ritratto a tinte forti di Maria Palligiano l’avanguardista, che morì suicida.

È un abito rosso a raccontare Maria Palliggiano, un abito rosso indossato per uno dei rari ritratti che Emilio Notte le fece. Un accessorio ingombrante e stonato con il quale la regista, Silvana Maja, apre il film dedicato alla pittrice napoletana scomparsa nel 1969. La pellicola, prodotta da Artimagiche e tratta dall’omonimo libro edito da Voland (...) Ossidiana, questo il titolo, richiama la pietra nera di Vulcano, fragile come un gioiello e forte come un’arma: sintesi perfetta della pittrice stessa. Una vita tormentata, una donna che non seppe districarsi tra i ruoli che le furono imposti, moglie, amante, madre, e la disperata volontà di affermare ciò che realmente si sentiva, un’artista. Siamo nella Napoli degli Anni 60, la Grande Storia entra con forza nei racconti di sei giovani avanguardisti che, nella splendida accademia di via Costantinopoli, cercano una strada percorribile per la loro ispirazione. Si guarda con malinconia alla fine del cubismo, del futurismo, della metafisica; si legge Pratolini e Calvino, si viene a sapere di Kennedy, il Vietnam, le stragi e i conflitti sociali. Non c’è spazio per l’astrattismo ma nemmeno c’è più spazio per il figurato. In cima al Vesuvio si impugna un nuovo manifesto al grido di siano le nostre opere meteore, lava e lapilli, polvere cosmica, carburo in ascensione, strade di violente traiettorie, di sensazioni rutilanti, zolfo, fosforo e mercurio. (…) L’astrattismo è vecchio, e fete chiù e me! (Puzza più di me). Mario Persico, Luigi Castellano, Lucio Del Pezzo, Bruno Di Bello, Sergio Fergola, firmano il programma promosso da Mario Colucci. Maria Palliggiano è protagonista e spettatrice; è una rivoluzionaria attraente, sensuale, speciale, ma è intoccabile. È la favorita del Maestro, nonostante le si riconosca un grande talento, non le è concesso di prendere parte ai nuovi fermenti. Resta ai margini, suo malgrado. Il Gruppo 58 supera i confini partenopei, si collega al Movimento Nucleare di Enrico Baj, ai gruppi Phases di Parigi, Spur di Monaco e Boa di Buenos Aires. Napoli soffoca, è troppo stretta, il mondo è troppo stretto. Gli artisti partono, tornano, espongono. Le biennali e i premi si succedono. Maria, con la valigia pronta, ha provato a lasciare la città per raggiungere il suo fidanzato a Berlino. Voleva trovare l’arte e la libertà tanto agognate, ma il maestro non ha lasciato che partisse. È ancora la sua allieva preferita, la sua amante, avranno un figlio e più tardi sarà sua moglie: “Era una ragazza molto fragile che trovò più che una sponda nel vecchio professore. Emilio Notte, del resto, era un uomo buono e sensibile, ironico, noto per avere partecipato alle avanguardie degli anni Venti, amato da tutti. In lui la pittrice trovò un conforto che presto si trasformò in una trappola. Tutto ciò che faceva, anche nell’arte, veniva poco apprezzato. Lo stesso Notte (nel film Renato Carpentieri) si rifiutava di promuoverla temendo di essere criticato. Ben presto divenne un’artista da stanza, a nessuno concedeva di vedere le sue opere, una scelta che aumentò in lei frustrazione e disistima” racconta la Maja. Un profilo complesso quello della pittrice partenopea, mentre in accademia sperimentavano, lei era la sua stessa arte: Noi abbiamo dentro voragini, fuochi nel cuore e nel corpo che ci allagano e ci avviluppano. Abbiamo tormenti e paure che non si riconoscono in nessuna forma codificata. Non c’è condivisione d’intenti. Contrariamente al maestro, Maria descrive, inascoltata e disperata, i suoi tormenti e le sue visioni: “Seguo questa storia dal 1996, anno in cui vidi una sua retrospettiva che mi colpì moltissimo. Colori accesi, scene cruente, incubi e maschere tragiche: una pittura difficile da dimenticare e tuttavia ignorata, sia negli anni in cui venne prodotta che oggi. Mi addolorò moltissimo non averne mai sentito parlare, non averla mai cercata, come fossi anch‘io parte di una comunità omertosa. Me ne occupai ad ampio raggio intervistando tutti i suoi amici, leggendo materiali di psichiatria e di sociologia, ritratti scomodi della Napoli del tempo. Cominciai a scrivere il romanzo solo dopo parecchi mesi”. Il libro e il film hanno un linguaggio e una tensione diverse, come se raccontassero, in alcuni passaggi, due donne differenti: “Ero furente con chi le era stato più vicino, li ritenevo tutti, esclusa la madre, responsabili della sua malattia e del suo suicidio- aggiunge la regista- Il film è stato un distacco da quella prospettiva così viscerale. L’intimità morbosa, le forti tinte del libro, tutto incentrato sulla psicologia, si è trasformata in colori più pastellati, in una materia più sociale, più aperta. Nel 2006, quando mi sono trovata sul set, ho deciso di raccontare semplicemente la storia di una ragazza che voleva fare la pittrice e non riusciva a far comprendere la sua individualità. La grazia di Teresa Saponangelo, la sua interprete, mi ha aiutato molto. Quella del film è una ragazza meno scomoda, più normalizzata, non chiusa in un universo schizofrenico e psichiatrizzato. Non volevo innescare quel compatimento per l’artista incompreso, quella facilità con cui l’opinione comune liquida la diversità”. A trentasei anni, dopo ripetuti tentativi di suicidio, Maria Palliggiano muore. Oggi con il film, la presentazione del catalogo ufficiale e mostre itineranti, si torna a parlare di lei: L’arte ha bisogno di tempi lunghi, così era solita consolarsi nelle chiacchierate tra amici.

fonti:
testo tratto da Il Riformista (5/12/07), immagine tratta da http://www.ossidianafilm.it/ITA/OF.htm

lunedì 22 settembre 2008

Fondazione Primo Conti - Fondo Emilio Notte

Concepita secondo criteri tradizionali, la Guida all'Archivio della Fondazione Primo Conti si rivolge a chiunque voglia conoscere più da vicino il patrimonio archivistico e bibliografico conservato nella splendida struttura quattrocentesca, sulle colline fiesolane, di Villa Le Coste, un tempo abitazione e studio del Maestro Conti. Di volta in volta rimandando a più raffinati strumenti di ricerca, la Guida costituisce una sorta di porta d'accesso al sistema informativo dell'Archivio della Fondazione, dove si trovano documenti d'inestimabile valore storico-culturale per lo studio e l'approfondimento dei movimenti artistici e letterari del primo Novecento.



Emilio Notte - (Ceglie Messapico, Brindisi, 1891 – Napoli, 1982), pittore, dopo aver frequentato il ginnasio e l’Istituto di Belle Arti di Napoli, frequenta l’Accademia di Belle Arti a Firenze dove è allievo di Fattori e De Carolis. Stringe amicizia con Bino Sanminiatelli che lo introduce tra gli intellettuali che frequentano le Giubbe Rosse e il caffè Paszkowsky; conosce Soffici, Carli, Settimelli, Corra, Papini, Malaparte, Campana e diventa amico di Palazzeschi. Nel 1913 è presente alla serata futurista del Teatro Verdi. Nel 1915 aderisce al Futurismo e nel 1917 firma con Venna il manifesto “Fondamento lineare geometrico” che è pubblicato su “L’Italia Futurista”. Nel 1918 i due autori, ricollegandosi con quanto già espresso, cominciano ad abbozzare le linee di un nuovo manifesto che però non vedrà mai la luce. Nel 1918 Notte si trasferisce a Venezia dove svolge un’intensa attività sul piano della produzione pittorica e su quello relazionale. Nel 1919 partecipa alla Grande esposizione nazionale futurista di Milano, Firenze e Genova ed espone alla Galleria Ballerini presentato da Margherita Sarfatti. All’inaugurazione è presente Marinetti. Nel 1920 collabora a “Roma Futurista” e nel 1921 partecipa alla grande mostra d’arte moderna di Ginevra con il gruppo futurista. Da questa data in poi, Notte recupera posizioni classiche, pur non rifuggendo da suggestioni futuriste.
Il Fondo Emilio Notte si divide nelle seguenti sezioni: Corrispondenza, che conserva le missive indirizzate a Notte, le minute di quest’ultimo e un piccolo nucleo di corrispondenza ad altri destinatari; tra i mittenti, si ricordano Baldessari, Bragaglia, Drei, Caligiani, Casella, Chiaromonte, Corradini, Marinetti, Nannini, Dessy, Prampolini, Settimelli, Ragghianti, Venna; Manoscritti, che raccoglie gli autografi del pittore, tra i quali di particolare rilevanza gli scritti teorici sull’arte, solo in parte confluiti nei manifesti futuristi, e una produzione poetica quasi del tutto sconosciuta; Periodici, con le testate di “Poesia”, “Roma Futurista”, “Cimento”, “Scena illustrata”, “Le arti”; Rassegna Stampa, che raccoglie gli articoli su Notte apparsi su vari quotidiani; Fototeca, divisa in fototeca personale e fototeca delle opere di Notte, molte di queste ultime mai pubblicate; Biblioteca, divisa in biblioteca privata che annovera pochi ma importanti volumi, spesso autografati dagli autori come nel caso di Palazzeschi e Ginna, e in cataloghi delle esposizioni personali e collettive alle quali Notte ha partecipato; Varie, in cui è confluito materiale disomogeneo riguardante la vita del pittore e documentazione inerente il Fondo (corrispondenza dell’ordinatrice con l’erede di Notte e vecchi elenchi di consistenza).

martedì 9 settembre 2008

biografia in bozza

EMILIO NOTTE – Una breve biografia
Di Giacomo Nigro

Emilio Notte nacque il 30 gennaio 1891 a Ceglie Messapica, nel brindisino, da Giovanni Notte, appartenente ad una benestante famiglia marosticana, e dalla contessa vicentina Lucinda Chiumenti Fincati. La sua famiglia si trasferì presto, prima a Lagonegro, poi a Sant'Angelo dei Lombardi, dove Emilio frequentò le ginnasiali. Motivo di tali frequenti trasferimenti era l'attività del signor Giovanni, Ufficiale del Bollo, ovvero dirigente del dicastero corrispondente all'attuale Ministero delle Finanze; la politica post unitaria imponeva l'ammodernamento degli apparati amministrativi del sud d'Italia, sicché ai migliori funzionari toccava viaggiare in lungo e in largo per la penisola.

La vocazione artistica del piccolo Emilio fu precoce, appena dodicenne rivelò un talento naturale fuori dall'ordinario, pertanto la famiglia decise di farne valutare la produzione da Vincenzo Volpe, allora direttore dell'Istituto di Belle Arti di Napoli (oggi Accademia). Volpe decise di sistemare Emilio in uno studiolo adiacente al suo proponendosi di insegnargli il "mestiere". Dell'ambiente artistico partenopeo d'inizio secolo Emilio Notte non conservò un buon ricordo, unica eccezione la figura di Cammarano, che Notte ammirò per la sua libertà espressiva.

Nel 1907 la famiglia si trasferì nuovamente, questa volta in Toscana, a Prato. Lì Notte conobbe il poeta e saggista Bino Binazzi, scopritore di talenti che lo presentò a Curzio Malaparte. Egli frequentò per alcuni mesi lo studio di Fattori, dal quale apprese il gusto per le composizioni di ampio respiro. Nello studio di Fattori entrò in contatto con il vivace ambiente della "Giovine Etruria": Plinio Nomellini, Galileo Chini e altri, insomma l'intelligenza artistica pistoiese. Notte entrò, inoltre, nel circuito della rivista "La Tempra" e alla Famiglia Artistica Pistoiese espose insieme a Rosai, Gigiotti Zanini, Celestini, Chiappelli.

Dal 1913 in poi, tramite Bino Binazzi, entrò in diretto contatto con l'avanguardia fiorentina, frequentando assiduamente le "Giubbe Rosse" e il caffé Pazkowsky. Qui legò amicizia con Giuseppe Prezzolini e Aldo Palazzeschi, frequentò Giovanni Papini, e come ricorda Primo Conti "era con Soffici". Nel '13 conobbe Boccioni, Marinetti, Carrà, Italo Tavolato, e fu tra i sostenitori del Futurismo alla storica serata al Teatro Verdi. Frequentò la biblioteca teosofica dove fece amicizia con Eva Khun e con Amendola.

Nel '14 fu notato, a Roma, alla "Secessione", come il miglior talento della "Giovine Etruria", vincendo il prestigiosissimo Concorso Baruzzi (con l'opera "Il Soldo", aggi al Museo d'Arte Contemporanea di Bologna).

Nel frattempo - 1915 - s'iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Adolfo De Carolis, che fu il suo maestro, lo considerò suo pari e un giorno gli presentò Gabriele D'Annunzio, che più volte visitò lo studio del giovane Notte. Egli era, all'epoca, un pittore noto, avendo alle spalle molte prestigiose mostre: espose tra l'altro alla Promotrice di Firenze un'opera che viene acquistata dalla Galleria d'Arte Moderna di Firenze, oggi a Palazzo Pitti.

Nel 1916 entrò ufficialmente nel Movimento Futurista, ma le sue prime opere futuriste risalgono alla fine del 1913. Il primo quadro futurista acquistato dal re d'Italia fu, infatti, un'opera di Emilio Notte. Si tratta di "La strada bianca", del '14, oggi al Quirinale. Nella Firenze futurista Notte diventò un punto di riferimento, anche sul periodico "L'Italia Futurista", sul quale, tra l'altro, firmò nel '17 insieme all'amico-allievo Lucio Venna il manifesto "Fondamento Lineare Geometrico". Furono quelli gli anni della Grande Guerra e Notte fu al fronte, combattè sul Carso. Venne ferito gravemente e decorato al valore. Durante la convalescenza all'ospedale militare di Bologna strinse amicizia con Morandi, e con Arturo Martini, che ritroverà a Milano.

Dunque egli aderì sin dal 1916 al futurismo, affermandosi presto in questo campo come figura di primo piano. Pur facendo parte di quel movimento d’avanguardia al quale ormai la pittura era decisamente avviata, la sua arte, dosata di uno spiccato ed innato senso di equilibrio, si è sempre mantenuta nei limiti di una sana e realistica ispirazione, lungi dal varcare i limiti dell’astrattismo e dell’assurdo. (1)

Notte entra subito in contatto con gli ambienti lacerbiani, anche se non lega molto con Soffici, e nel 1916 lo troviamo, sia pure in posizione minoritaria e distinta, nel gruppo de L'Italia Futurista, la cosiddetta «Pattuglia azzurra» che surrogò a Firenze la defezione di Papini, Soffici e Palazzeschi dal Futurismo e diede vita al «secondo Futurismo fiorentino» (da non confondere col Secondo Futurismo tout court, che parte dagli Anni Venti).Leggermente più anziano degli altri pittori del gruppo e dotato di una salda tecnica, il nostro, che ha già esposto alla Biennale di Venezia del 1912, è peraltro stimato un primattore: “Notte spiccava in mezzo a noi”, ammetterà molti anni più tardi Primo Conti, al quale peccati di modestia non ne ha mai potuti imputare nessuno. Conti, Lucio Venna e Mario Nannini lo eleggono a loro maestro. Non altrettanto bene vanno le cose, per contro, con gli ideologi della pittura astratto-occultistica, i fratelli Ginanni Corradini, ovvero Bruno Corra e Arnaldo Ginna, come li ribattezzerà futuristicamente Giacomo Balla.In particolare Notte non condivide la scelta per l'astrattismo che Ginna compie decisamente già negli albori degli anni Dieci e che si sostanzia, oltre che nelle prime opere astratte dell'arte europea, in contemporanea con quelle di Kandinskij ed in leggero anticipo su quelle di Balla, anche in due importanti saggi scritti in collaborazione col fratello Bruno. Notte non ci sta. Il suo futurismo, già esplicito fin dal '15 in una delle tante piazze che dipingerà, è piuttosto, nonostante la personale antipatia, di impronta sofficiana. Notte difendeva la figurazione, Ginna postulava la scomparsa dell'oggetto. Non solo. Come tutti i futuristi “toscani”, lacerbiani o no, Notte non è particolarmente attratto dalla civiltà meccanica e metropolitana: anche nelle sue piazze è più facile trovare pazienti animali da tiro che automobili, tram o locomotive. Nel 1916 Notte realizza un'opera fondamentale, il ritratto di Arnaldo Ginna, che incorpora alla maniera futurista e cubista un frammento della testata de L'Italia Futurista; ma è un omaggio ambiguo al contestato compagno di strada, effigiato con uno sguardo inquietante e con una cadaverica mano femminile bianca posata sulla spalla, quasi significazione di possessione di forze occulte.Il segno di Notte era comunque quello di un maestro, tanto che è accaduto che un suo quadro sia stato addirittura attribuito a Boccioni (e considerato un autoritratto boccioniano!), ed un altro è stato venduto per opera di Boccioni, con apposizione di firma falsa. Nell'immediato dopoguerra, dopo aver cercato di creare una corrente di pittori futuristi anti-astrattisti, Notte prende decisamente le distanze dal Futurismo e da Marinetti; il suo ritorno all'ordine artistico non è però accompagnato da analoga posizione politica, anzi, il socialista Notte diventa addirittura comunista.L'avventura futurista è finita (…)(2)

A Milano Notte giunse nel 1918. Marinetti lo introdusse subito nel salotto di Margherita Sarfatti, musa ispiratrice che però Notte già conosceva dagli anni fiorentini. Lì il pittore frequentò soprattutto Sironi e Carrà. E poi Ada Negri, Serrati, Arturo Martini, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville. Festeggiò Severini insieme agli altri amici futuristi quando questi giunse a Milano portando il vento di Parigi.

Nel '19, a Milano, espose alla Galleria Ballerini una sua personale futurista presentata da Marinetti. Mostra replicata a Roma da Bragaglia e recensita con entusiasmo da Roberto Longhi. In quel periodo fu tentato dall'esperienza dadaista e pubblicò disegni su "Procellaria", frequentò i dadaisti italiani Gino Cantarelli, Aldo Fiozzi, Otello Rebecchi, Mario Dessy, Dario De Tuoni ed anche il pilota futurista Fedele Azari, Luigi Russolo e il musicista Alfredo Casella. Contemporaneamente pubblicò tricromie futuriste su "Poesia", disegni e scritti su "Roma Futurista". Per qualche tempo si trasferì a Venezia dove fondò L'Unione Giovani Artisti saldando vecchi e nuovi contatti: Nino Barbantini, Teodoro Wolf Ferrari, Enrico Trois, Ercole Sibellato, Ferruccio Scattola..

Nel '20 organizzò la storica mostra dei "Dissidenti" di 'Ca Pesaro ed espose insieme a Casorati, Arturo Martini, Gino Rossi, Scopinich, Pio Semeghini. A Venezia insegnò al Liceo artistico, avendo tra gli altri allievi Afro e Mirko Basaldella. Poi tornò a Milano, fino al '24, anno in cui vinse il Pensionato Nazionale, che gli consentì di trasferirsi a Roma. Nel frattempo aveva esposto alla mostra futurista del Cova, era stato invitato da Prampolini all'esposizione futurista di Ginevra. L'esperienza futurista si concluse nel '21. Espose opere del "ritorno all'ordine" alla prima e seconda Biennale di Roma, ed ottenne più sale personali alla "Primaverile" fiorentina del '22, organizzata da Sem Benelli.

A Roma fra il '24 e il '26 insegnò figura disegnata alla Scuola Libera del nudo in via Ripetta ed ebbe per allievo Scipione, sempre a Roma Notte incontrò vecchi e nuovi amici: Ferruccio Ferrazzi, De Chirico, Ercole Drei, Carlo Socrate, che fu suo dirimpettaio al Monte Tarpeo. E poi Balla, Attilio Torresini, Antonio Maraini, Adolfo De Carolis, Arturo Martini. Frequentatore assiduo della "Terza" è ricordato fra i componenti della cosiddetta "Scuola romana".

Negli anni venti quando Villa d'Este a Tivoli, capolavoro del giardino “all’italiana” ideato da Pirro Ligorio per il cardinale Ippolito II d'Este, entrò a far parte delle proprietà dello Stato Italiano, fu deciso di restaurarla interamente; Emilio Notte si occupò, nel 1925, dell’esecuzione del fregio di una sala del palazzo, egli tentò di stabilire una assonanza figurativa con le decorazioni cinquecentesche, mantenendo lo schema compositivo e tematico degli ambienti adiacenti. A Roma Notte frequentò Bontempelli e entrò nelle atmosfere del Realismo Magico.

Nel '29 ottenne la cattedra all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Iniziò così il suo magistero a Napoli, dove però si trasferì definitivamente soltanto nel '36. A Napoli fu accolto con freddezza, e anzi per un ventennio Notte fu soggetto a continui attacchi, privati e pubblici, a causa della sua didattica avanguardista. Ma da Notte derivò appunto lo svecchiamento della cultura artistica partenopea, egli gettò le basi di quella cultura artistica del dopoguerra che potrà dichiararsi al passo con le altre esperienze europee. Un lavoro faticoso e sotterraneo, ma impegno costantemente confortato dall'interesse degli allievi, che emigravano dalle altre cattedre attirati dall'atmosfera internazionale che si respirava presso la scuola di Emilio Notte.

Dal '39 al '49 Notte diresse l'Accademia. E dal dopoguerra e fino agli anni Sessanta fu il punto di riferimento degli allievi più promettenti, cioè di coloro che poi si conquisteranno un ruolo nell'agone artistica nazionale e internazionale. Come abbiamo già detto, inizialmente il suo discorso futurista o comunque di ricerca innovativa, lo isolò. Nel corso del primo ventennio che trascorse a Napoli, fino al 1948, nel suo periodo di maggiore fervore creativo e di ricerca, fece una sola mostra: i suoi quadri non piacevano, non vendeva. Sopravviveva solo grazie all'attività di insegnante e vendendo ogni tanto qualche quadro ad amici. Sebbene fosse quasi isolato rispetto agli altri artisti napoletani coevi, proseguì con tenacia la sua ricerca innovatrice sulla scia delle correnti allora emergenti, costituendo un momento cruciale di rinnovamento dell'arte napoletana e un forte e preciso punto di riferimento per la nascente pittura moderna locale.

Nel secondo dopoguerra - 1958 - alcuni suoi allievi (Fergola, Persico, Di Bello, del Pezzo) saranno i fondatori del "Gruppo 58", dopo un quinquennio dall'apertura della sperimentazione dello stile informale.

Emilio Notte nella sua lunga attività partecipò a tutte le più importanti esposizioni sia in Italia che all’estero e attualmente alcune sue opere si trovano nella Galleria d’Arte Moderna di Roma, di Firenze e di Bologna, nonché in Gallerie straniere. Il critico d'arte Piero Girace a metà Novecento così ce lo descrive: "rassomiglia a Giove Olimpio. Sembra uscito fresco fresco da una statua greca. A simiglianza di certi artisti di altri tempi, ha una barba folta e brizzolata che gli conferisce un'aria terribilmente austera". I suoi ultimi anni il pittore li trascorse al Vomero, in Via Jannelli dove morì il 7 luglio 1982.

Emilio Notte (…) è un gigante ancora semi-sconosciuto nella storia del Novecento. Se non fosse stato per la tenacia e solerzia di un suo antico allievo all'Accademia di Belle arti di Napoli, il giornalista e critico Gino Agnese, attuale presidente della Quadriennale romana, per una campagna di stampa che vide nei Novanta il figlio del maestro, Riccardo, ed i quotidiani pugliesi in prima linea nel riproporre il grande misconosciuto, e soprattutto per la paziente opera di Enrico Crispolti, uno dei maggiori studiosi europei del Futurismo e delle Avanguardie, Emilio Notte sarebbe ancora una nota in margine agli studi sul Futurismo, e magari sarebbe un po' più conosciuto come “pittore napoletano”, di buona mano ma tutt'altro che avanguardista. (2)


Note:
(1) Giuseppe Magno, Pietro Magno STORIA DI CEGLIE MESSAPICA – Schena Editore, Fasano 1992 pag. 105
(2) Giuseppe Mazzarino, EMILIO NOTTE IL FUTURISTA SENZA VELOCITA’ – La Gazzetta del Mezzogiorno, Bari novembre 2002

La biografia è pubblicata anche su netfuturismo.